I denari pisani fino alla prima metà del ‘200

Franco Ghione

La zecca di Pisa inizia ufficialmente la sua attività nel luglio del 1155, anno nel quale l’imperatore Federico Barbarossa concede alla città il privilegio di coniare monete:

Hanc pragmaticam sanctionem in perpetuum confirmavimus percussuram monete, ut videricet habeat Pisana civitas nunc et in perpetuum ius et potestatem monetandi et cudendi proprium nummisma, habeatque ipsa maneta cursum per banni nostre auctoritate et sit dapsilis non solum in civitate pisana, verum etiam in cunctis Italiae partibus. [1]
Abbiamo ratificato per sempre questa prammatica sanzione per battere moneta vale a dire che la città pisana ora e per sempre abbia il diritto e il potere di battere e coniare una propria moneta, e abbia corso la stessa moneta in forza della nostra autorità e sia copiosa non solo nella città pisana ma anche in tutte le parti dell’Italia



Federico Barbarossa in una miniatura del 1190

Tale privilegio era da tempo concesso a Lucca che coniava denari lucchesi di larga circolazione nell’Italia centrale. Tuttavia anche Pisa rivendicava di aver avuto tale possibilità e, di fatto, anche prima del 1155, pare certo circolassero denari pisani del tutto analoghi a quelli lucchesi. La conferma dell’Imperatore dava ufficialità alla libera attività della zecca pisana che con questo si poneva in aperta concorrenza con quella della vicina Lucca. Nel 1181 le due città, in forte contrasto economico e militare, trovarono un accordo che, tra le altre cose, imponeva alle monete pisane di differenziarsi decisamente, nell’aspetto, da quelle lucchesi, affinché fossero facilmente riconoscibili e non potessero in nessun modo confondersi con le sorelle maggiori.

Le monete erano ricavati da una lega che conteneva una parte di argento puro e una parte di metallo povero, generalmente rame. Da una libbra (490 gr. circa) di tale lega venivano ricavati 240 monetine dette denari. Nell’attività di conto 12 denari davano luogo a un soldo e 20 soldi a una libbra. La parola stessa di libbra (che alcuni traducono con lira) viene utilizzata oltre che come misura di un peso, come una unità di conto per indicare 20 soldi, pur non esistendo in circolazione altre monete se non i denari.

L’argento contenuto in queste monete era circa il 41% di tutto il metallo, percentuale che andrà, come vedremo diminuendo via via.

Le monete coniate dopo il 1181 erano poco più piccole delle attuali monete di un centesimo di euro e circa 1/3 più leggere. La figura seguente è ricava dal citato volume di Monica Baldassarri, Zecca e monete del Comune di Pisa dalle origini alla seconda repubblica XII secolo-1406 (2010) al quale ci siamo riferiti per la maggior parte delle notizie riportate in questa scheda.

La procedura con la quale si potevano ricavare queste monete era piuttosto complessa e consisteva essenzialmente nel dividere l’argento puro dagli altri metalli e dalle impurità del minerale originario per poi realizzare la lega con il rame nelle precise quantità previste dalla zecca. Tale operazione detta coppellazione richiedeva l’uso di molto piombo e ovviamente di minerali ricchi di argento. Le miniere d’argento accessibili ai pisani nel Medioevo erano in Sardegna, regione quasi interamente controllata da Pisa a partire dal 1165, e nell’appennino maremmano fino a Massa ma non erano sufficienti a soddisfare l’enorme richiesta di monete, subentrata con l’aumentare dell’attività commerciale.

Questo portò due conseguenze inevitabili: da un lato si iniziò a diminuire la percentuale di argento presente nelle monete e dall’altro a coniare monete utilizzando tutto l’argento disponibile ottenuto o dalla fusione di monete straniere raccolte nelle attività commerciali o di pirateria marittima o dalla fusione di oggetti preziosi razziati nelle campagne militari.
Il quadro seguente [2] M. Baldassarri, Zecca e monete del Comune di Pisa dalle origini alla seconda repubblica XII secolo-1406, Felici editori 2010, pg. 91 ottenuto dal confronto di vari documenti descrive la diminuzione di argento nei denari pisani.

Anno Percentuale
di argento
1164 41,6%
1179 20,8%
1192 17,73%
1202-1214 13,3%
1204 12%
Monete coniate dopo il 1181 (0,70 gr. ; 15 mm)

Tra le fonti, gli storici citano lo stesso Fibonacci (Liber abaci , cap. XI) che afferma che con una libbra di argento si ottenevano da 7 o 8 libbre di denari pisani. Dunque la percentuale di argento intorno all’anno 1200 variava tra 14,2% e il 12,5% .

La figura seguente mostra alcuni denari pisani coniati all’inizio del XIII secolo ai quali probabilmente si riferiva Fibonacci.

Le monete riportano con chiarezza la F dell’imperatore Federico e il nome della città. (0,64 gr. ; 15 mm.)

A cavallo tra il XII e il XIII secolo, per rendere la moneta pisana più facilmente utilizzabile nelle transizioni importanti del valore di una o più libbre, e soprattutto per poterla confrontare con i bisanti bizantini o di dirham arabi, coniati in oro e argento, la zecca pisana decise di coniare nuove monete in argento più grandi, per questo dette grossi, del valore nominale di un soldo (12 denari) pesanti più del doppio delle vecchie monete: ecco alcuni grossi coniati nei primi decenni del XIII secolo:

I primi grossi pisani in argento con le scritte CIVITAS e INPERATOR    (1,48 gr. ;  18,5 mm.)

Le nuove monete molto più elaborate esteticamente ebbero una grande circolazione in tutta la toscana nei primi decenni del secolo XIII. I fabbri pisani erano molto rinomati per la loro abilità artigianale e artistica tanto da essere invitati alla corte dall’imperatore Federico II per costruire le armature [3] M. Baldassarri, Zecca e monete del Comune di Pisa dalle origini alla seconda repubblica XII secolo-1406, Felici editori 2010, pg. 84 . A metà del secolo XIII fu coniato un grosso con la raffigurazione della vergine Maria a mezzo busto con il bambinello in grembo sull’esempio di un celebre dipinto attribuibile alla scuola pisana del XIII secolo realizzato da un pittore tradizionalmente indicato col nome di Asinellus. Tale madonna divenne un simbolo riconoscibile di Pisa e impresso anche nei sigilli del comune.

Madonna di Asinello
Museo Nazionale di San Matteo a Pisa

Per finire indichiamo alcuni prezzi correnti nella seconda metà del Duecento dal saggio di citato di D.Herlihy:
  • affitto medio annuo di una casa in città 4 libbre
  • affitto medio annuo di una bottega artigianale 4 libbre
  • prezzo medio di un barile di vino 4 soldi
  • prezzo di una vacca 7 libbre
Per ulteriori approfondimenti:
  • Monica Baldassarri, Zecca e monete del Comune di Pisa dalle origini alla seconda repubblica XII secolo-1406, Felici editori 2010
  • David Herlihy, Pisa nel Duecento, Nistri-Lishi, Pisa, 1973
  • Cinzio Violante, 'Zecca e monetieri nei mutamenti costituzionali e sociali fra Due e Trecento' in Economia società istituzioni a Pisa nel medioevo, Saggi e ricerche, Dedalo Libri, 1980